
INTRODUZIONE
"Ad un certo punto
mi sono reso conto che la gente della mia età non aveva più i miei stessi
principi, le mie stesse priorità.A dire la verità non che i miei fossero ben
definiti, i loro invece sì, ma da qualcun altro, loro li accettavano e
basta". (Michael Stipe)
Ognuno di noi, della vita e
dei suoi significati più profondi, ha una visione personale e soggettiva,
frutto di educazione, esperienze vissute, retaggi culturali e quant'altro. La
fittizia contrapposizione filosofica tra stoici ed epicurei dimostrò, già
nell'antichità, come persino nell'ambito di una stessa cultura le vie di
interpretazione dell'esistenza possano condurre a punti d'arrivo diametralmente
opposti.
Molti di noi operano un vero e proprio sincretismo culturale,
ridisegnando il mondo a propria immagine e somiglianza (o forse dovremmo dire
convenienza), utilizzando ciò che ritengono positivo di varie culture, credenze
e filosofie di vita, assorbendo dall'esterno e rielaborando all'interno, molto
più propensi ad interpretare piuttosto che ad applicare. Alzi una mano, tanto
per fare un esempio, chi fra i numerosi timorati di Dio che mi stanno leggendo
vive le proprie esperienze sessuali solo dopo il matrimonio o non usa
anticoncezionali. Eppure i precetti di Santa Romana Madre Chiesa non
lascerebbero spazio a molte varianti sul tema.
A mia volta non credo di essermi sottratto in tal senso a questo
procedimento, arrivando a tracciare un personalissimo quadro esistenziale che ci
vede di fondo sommersi dalla merda della vanità, dell'ipocrisia, della
vigliaccheria e di ogni genere di debolezza umana, un mare nel quale bisogna
tuttavia nuotare, magari facendo anche finta di compiacersene.
Ritengo cioè la vita già abbastanza un prolifico concentrato di
negatività, per poterci anche permettere il lusso di piangerci miseramente
addosso ed è per questo che la goliardia, l'autoironia, la voglia di ridere di
se stessi, dei propri difetti, delle proprie sventure, di tutto ciò che di
negativo colpisce noi o gli altri, sono diventati per me gli ingredienti
essenziali per darci l'opportunità di acquisire una serena rassegnazione di
fronte alla malasorte, di poter cogliere in ogni evento o circostanza
sfavorevole una luce che rischiara e per, come si suole dire, "prenderla
con filosofia".
Perché alla fine siamo tutti dei buffoni e portiamo tutti una
maschera, anche se ci prendiamo un po' troppo sul serio e non riusciamo a
trovare il tempo per ritornare ad essere bambini, per apprezzare la poesia che
è nella vita, per emozionarci ancora dinanzi al bello.
Quell'autentica epopea della commedia umana che risponde al nome di
"Amici miei" (nei suoi vari atti) rappresenta, con i suoi sconquassati
protagonisti interpretati da maestri quali Ugo Tognazzi e Adolfo Celi, la
quintessenza di un tale modo di concepire la vita, offrendoci un ritaglio di
quotidianità dove persino l'affermato chirurgo molla all'improvviso
l'operazione in corso, se arriva la chiamata degli amici che lo convoca ad una
nuova esilarante zingarata in loro compagnia.

Nella propria ed unica grottesca paradossalità, le pellicole di questa saga del
divertimento ci insegnano l'arte della sdrammatizzazione, arrivando all'eccesso
delle risa al corteo funebre in onore dell'amico scomparso. Ecco, io che amo gli
eccessi e gli opposti, nel mentre sfrego piricamente gli zebedei in mio
possesso, configuro nella mia mente la celebrazione della mia lontanissima
dipartita in due modi, uno all'opposto dell'altro: o con un corteo che si dipana
fendendo le due ali di una folla di legionari di ogni tempo che protendono al
cielo i pugnali da battaglia, o con una goliardica e dissacrante festa di
piazza. Perché dramma e commedia sono pur sempre due facce di una stessa
medaglia: la rappresentazione della vita.
Così recitava Bruce Dickinson, voce degli Iron Maiden,
nell'introduzione al brano "Hallowed be thy name":
"Ma presta attenzione alle mie parole, credi che la mia
anima continui a vivere e non preoccuparti proprio ora che vado al di là, a
vedere la verità. Quando sai che il tempo a tua disposizione è finito, forse
solo allora cominci a capire che la vita quaggiù è solo una strana
illusione."
E allora, perché non provare a viverla al meglio, questa illusione?
Scritte in premessa cotante stronzate, veniamo al dunque. Non vi è
alcun dubbio che gli ultimi mesi della mia già turbata esistenza abbiano messo
a dura prova la mia capacità di affrontare i problemi, in questo caso i drammi,
con l'auspicata capacità di ironia. Spingendosi più in là, si potrebbe
tranquillamente dire che se non sono andato al manicomio a 'sto giro, nun ce
vado più.
Passare undici mesi a cercare di capire se la donna che vive al tuo
fianco tu l'ami oppure no, a lottare disperatamente contro il contrattempo
perennemente dietro l'angolo, a temere quotidianamente che quella bomba ad
orologeria che hai scelto per moglie possa esplodere da un momento all'altro,
non è cosa da augurare nemmeno al peggior nemico.
Il periodo successivo alla morte di mio padre, avvenuta nove anni
orsono, lo volli rimarcare con un vistoso tatuaggio, un simbolo che per me
esprimeva una calma solare e olimpica, una ferma impassibilità di fronte al
burrascoso volgersi degli eventi. Non è escluso che io adesso non faccia
altrettanto, come per procurarmi volutamente delle cicatrici sulla pelle
ogniqualvolta io senta il bisogno di manifestare una ferita dell'animo, tanto
per ricordare a chi di dovere, nel momento in cui mi dovrà giudicare dopo
morto, i terribili morsi che la vita mi ha inflitto.
A sua volta, il desiderio di mettere in righe questa triste
esperienza, in un modo che potrà anche sembrare contraddittorio per la sua
ricercata vena comica (se confrontata alla drammaticità degli eventi), deriva
dalla volontà di fermare nel tempo, quasi di marchiare a fuoco, un particolare
momento della mia esistenza, per magari poterlo analizzare poi a distanza di
anni. Va da sé che la capacità di riderci sopra l'ho raggiunta solo di
recente, grazie a quella impareggiabile medicina che è il tempo, capace di
lenire tutte le ferite (questa rimane comunque ancora aperta).
In secondo luogo era nata in me l'esigenza di voler mettere al
corrente in maniera dettagliata gli amici che con apprensione hanno vissuto i
miei scorsi travagliati mesi, riguardo ai motivi della mia scelta e dei
particolari della vicenda, cercando di renderli un poco più edotti su cosa
voglia dire Thailandia e donne thailandesi, al di là delle banali, sterili e
presuntuose generalizzazioni.
Non
da ultimo, la presente stesura, sia nella forma di racconto romanzato che in
quella di reportage forumistico e documentaristico, ha la presunzione di voler
fornire ai nuovi contagiati da thailandite che eventualmente dovessero leggermi,
una valida guida alla conoscenza dei sentimenti e delle situazioni che si
verranno conseguentemente ed inevitabilmente a creare a seguito di una simile
malattia.
Alla fine del racconto molte persone (soprattutto di sesso
femminile), dopo lunga e profonda meditazione, pronunceranno la fatidica frase:
"Ma chi glielo ha fatto fare?"
Non ho motivo di dubitare che si tratterà delle stesse identiche
persone che in diverso ambito affermano di credere ciecamente nell'amore,
contestando la pur triste teoria che dice che gran parte degli uomini e delle
donne nasce e muore senza avere mai avuto la fortuna di comprendere il vero
significato della parola amore, sostantivo scomodato il più delle volte del
tutto impropriamente.
Peccato poi che questi innamoratissimi individui siano
tranquillamente pronti a cornificare il partner di turno ad ogni propizia
occasione o a porre continue questioni di carattere venale all'interno del
rapporto, all'insegna del disinteresse e della più sfrenata e lasciva passione
sentimentale…
La mia idea di amore è quella di uno stato d'animo interiore che
sgombra ogni indugio, ogni ostacolo, che ti impedisce di ragionare, che ti rende
protagonista di ogni slancio, di ogni gesto, senza calcolo, come una droga. Ne
diventi dipendente, sei disposto a qualunque cosa e questo ti rende volubile a
vantaggio del partner che, se divenuto consapevole di ciò e disonesto
nell'animo, può essere indotto ad ogni forma di profittazione utilitaristica.
In parole povere, tu vivi per lui/lei.
Tanto per capirci, io ad Ann, la donna divenuta mia moglie, volevo molto
bene e con lei ho vissuto momenti di intensa felicità, ma se ne fossi stato
perdutamente innamorato, sarei adesso un uomo completamente rovinato.
Troppo spesso si scambia l'amore con l'affetto generato
dall'abitudinarietà del rapporto, dal piacere di stare insieme per darsi
piacere. Questo è ciò che rimane dopo anni di matrimonio, anche nei rari casi
in cui in origine l'amore fosse esistito davvero, cosa che, tutto sommato, mi
sembra sia già molto. Tanto più in quei casi (secondo me la maggioranza) in
cui ci si sposa e si suggella l'unione più per la paura di affrontare la vita
da soli che per un reale interesse verso l'altra persona, un timore tale da
indurre a rinunciare a tutte le libertà e a tutti gli indiscutibili vantaggi
che la vita da single fornisce.
Troppo spesso non ci si accorge affatto che non si vuole bene tanto
alla persona con la quale condividiamo l'esistenza, quanto alle cose che quella
persona ci garantisce: non ci si affeziona tanto all'individuo in sè, quanto ai
benefici fisici e mentali che dall'unione scaturiscono. Conosco tipi che si
sentono uomini a metà se non vivono una relazione con una donna, schiavi come
sono della tranquillità emotiva e del senso di sicurezza che la presenza di una
bella figa da ostentare al pubblico produce. Sono resi completamente succubi
dell'incapacità a sentirsi felici anche da soli, senza capire che la relazione
con una donna riempie in ogni caso un vuoto che hanno a prescindere dentro di
loro, impossibilitati a comprendere che si può essere sereni ed equilibrati
anche da soli ed al limite in misura superiore con al fianco una compagna che
soddisfi il proprio gusto estetico ed il proprio bisogno affettivo.
Quanto sopra credo valga allo stesso modo per la donna, anche se
essa è molto più portata per sua stessa natura a ricercare l'appoggio esterno
(e vai giù polemiche ed insulti di provenienza femminile).
Per carità, ognuno ha le sue opinioni, ognuno si fa i suoi esami di
coscienza, quindi che nessuno tra amici, conoscenti e sconosciuti si senta
offeso o chiamato in causa, io dico solo quello che penso, con la franchezza, a
volte un po' troppo cruda che da sempre, credo, contraddistingue il mio modo di
pormi e di esporre.
A proposito, preparatevi, perché di franchezza, soprattutto nel
leggere le opinioni degli amici forumisti, ne troverete molta, forse anche
troppa.
Inoltre, non ve ne abbiate a male se ritengo che la maggior parte di
voi che avete avuto la pazienza di arrivare a leggere sino a questa pagina, si
arrenderà non appena sarà giunta al fatidico punto e a capo che concluderà
questa introduzione. Non me ne vogliate se sto pensando male di voi, così come
io non ve ne vorrò per il vostro istinto di conservazione (morale) misto ad una
certa ritrosia a tenere un foglio scritto tra le mani. La presunzione
occidentale medio borghese di conoscere il mondo in tutte le sue sfaccettature
porterà molti di voi al precoce gesto di chiusura del libro e alla
ragionatissima conclusione: "Ma guarda te se uno deve andare a puttane
all'altro capo del mondo e farcisi pure incastrare".
Questo libro non è per tutti, ma è per coloro che hanno lo stomaco
duro e che vogliono andare oltre, per tutti coloro che amano capire e non
accettare passivamente un postulato arbitrariamente imposto, per coloro che non
si stancano mai di mettere in discussione le proprie opinioni, i propri
convincimenti e che altrettanto volentieri non si scandalizzano ad affrontare
determinati argomenti, prescindendo da facili tabù.
Il mio scritto, se letto con attenzione, potrà interessare il
sociologo come l'imprenditore, il moralista come il puttaniere, introdotti come
sono tutti i prototipi umani dalla mia personale storia di vita vissuta al
tentativo di comprensione di un fenomeno sociale a vasto raggio, comprendente
rapporti di coppia, prostituzione, coppie miste ecc.
La stesura si dipanerà infatti attraverso una prima parte dedicata
al racconto di quanto accadutomi durante la mia relazione con una ragazza
thailandese da giugno 2001 sino a maggio 2003, in un formidabile concentrato di
speranze, aspettative e disillusioni. La seconda parte, invece, vorrà essere un
tributo ai "principi del forum" protagonisti con i loro post di accese
discussioni sui vari forum sulla Thailandia, sino a costituire, senza timore di
eccedere in sperticati elogi, un valido compendio sociologico.
Il tributo va a ringraziamento di tutti coloro che ho letto e con i
quali ho qualche volta discusso nei forum dei vari siti, il cui contributo è
stato fondamentale per aiutarmi a comprendere la mia situazione e ad accettarne
gli esiti negativi, perché, al di là di tutte le possibili elucubrazioni
mentali e di tutte le speculazioni teoretiche che i vari esperti del settore
potrebbero fare, avere la possibilità di conoscere il pensiero di chi certe
realtà le vive quotidianamente e le conosce a fondo, che si tratti della
convivenza con una moglie thailandese o dell'assidua frequentazione di go-go
bar, risulta sicuramente più utile, oltre che più coinvolgente.
In appendice al libro… beh… a qualche maschietto un minimo di
curiosità gli sarà pure venuta…
Sottolineo
inoltre che mai avrei pensato di poter constatare, all'interno di questi gruppi
di discussione, un così alto grado di cultura, (lo dico senza alcuna ironia),
intesa più come conoscenza di vita e capacità di riflessione che come
nozionismo puro. A parte i momenti in cui, per taluni forumisti di alcuni siti,
sembrava d'obbligo esternare goliardicamente volgarità concettuali a raffica,
anche le persone che denotavano sgrammaticamente una scarsa frequentazione
scolastica riuscivano, a loro modo, a fornire spunti di riflessione e a
dimostrare sensibilità e capacità d'analisi fuori del comune, con grande
desiderio di confrontarsi, di mettersi in discussione, di guardarsi dentro, al
punto da impedirmi di giudicarli e ritenerli solamente dei puttanieri di
professione (che ne penseranno i "ragassi o.k."…). A tutti loro
complimenti e grazie di cuore.
Se qualcuno o addirittura molti troveranno la storia raccontata non
di loro gradimento, che dire…mai pen rai, per l'appunto, ovvero, prendendo in
prestito una tipica espressione tailandese, manifesto principe della loro
cultura e del loro modo di essere: "non fa niente, pazienza…".***
Buona lettura.
*** citazione del filosofo postmoderno noto con lo pseudonimo di
Redman sul sito www.sawadee.it:
"...in effetti la traduzione semanticamente più vicina all'inglese del
"mai pen rai" sarebbe "never mind", letteralmente "mai
preoccuparsi", un po' come il castillano "tranquilo!" spesso
usato in Sudamerica e ai Caraibi pressochè da tutti... ...ma la traduzione
semanticamente e filosoficamente più corretta del "mai per rai" credo
di averla trovata nel mio dialetto piacentino: "tola su dosa" tradotto
per i non-indigeni "prendila su dolce" che descrive uno stato d'animo
rispetto alle cose della vita..."